Intervista a Henry Jenkins

Blogger, accademico e autore di cultura digitale

“La questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia”, dice Henry Jenkins.

Riportiamo alcuni brani di un’intervista fatta da Giuseppe Graniri ad Henry Jenkins, blogger, accademico e autore di molti libri importanti, uno dei pensatori più noti sul digitale. Un parere sul mondo che cambia sempre più velocemente i propri mezzi di comunicazione.

Rispetto a un paio di anni fa, quando tutta l’attenzione era concentrata sul web e sui social network, oggi la trasformazione sembra tutta spostata verso l’accesso mobile. Come vedi lo scenario e la forza che stanno acquistando i recinti chiusi delle piattaforme?

Personalmente sono molto preoccupato dalla logica che rende alcuni tipi di siti web più accessibili di altri, soprattutto quando la decisione viene mediata da una società che dimostra di preferire siti gestiti commercialmente rispetto ai siti amatoriali. Vedo questa spinta verso l’approccio del walled garden come una preoccupazione per nulla differente da quelle sull’attacco alla neutralità della rete. In gioco ci sono gli stessi principi. Apple ha reso seducente la confezione dei contenuti per un gran numero di consumatori, mettendoli in un pacchetto nuovo e patinato che vende come una soluzione per fare le cose in modo più semplice. Ma io spero che la domanda del pubblico faccia un po’ resistenza contro questa spinta, senza per questo rallentare l’adozione del mobile, perché queste tecnologie cambiano in qualche modo alla base l’accesso e la distribuzione delle informazioni. Ognuno di noi ha un rapporto diverso con questi dispositivi e con le informazioni, e naturalmente anche io sono convinto che sia un grande vantaggio poterle personalizzare e scegliere quale applicazione o contenuto avere sul nostro dispositivo, in modo da dare la priorità a ciò che meglio asseconda i nostri interessi. Ma vorrei che queste decisioni fossero prese da me e non da qualche azienda.

Nicholas Carr ha detto che Internet ci rende stupidi: lo credi anche tu?

Nicholas Carr è uno dei più astuti e riflessivi promotori dell’idea che l’ascesa dei nuovi media comporti diverse minacce per la cultura del libro. Credo tuttavia che la discussione si stia muovendo oggi in una direzione molto più produttiva e civile. Lo stesso Carr accetta un’analogia che uso spesso, alludendo al Fedro di Platone in cui Socrate sostiene che l’adozione della lingua scritta rappresenti una minaccia per la memoria, che è centrale nella cultura orale. La realtà è che si è perso qualcosa con l’avvento della scrittura prima e della stampa poi, ma ci sono stati anche molti progressi per la conoscenza umana e per la cultura. Sarebbe sciocco voler tornare indietro. Dal mio punto di vista, il problema delle argomentazioni di Carr è che sono costruite come un punto di determinismo tecnologico: i mezzi di comunicazione che usiamo riscrivono il modo in cui il nostro cervello funziona e, sempre secondo Carr, ci obbligano ad abbandonare vecchie competenze che sono culturalmente valide. Io non sono d’accordo su questo, come non sono d’accordo con Stephen Johnson quando dice che tutto quello che ci fa male ci fa bene. Dalle idee di Johnson, che pescano negli studi sul cervello, emerge l’idea contraria: i computer ci stanno rendendo intelligenti. Sono solo due facce opposte della stessa medaglia.

Per me, invece, la questione importante non è ciò che la tecnologia sta facendo a noi, ma ciò che stiamo facendo noi con la tecnologia.

Le tecnologie hanno caratteristiche intrinseche che rendono alcune cose più facili da fare e altre più difficili. Ma sono anche inserite in un contesto culturale che ci rende più o meno propensi a utilizzare queste opzioni in modi diversi. Se la tecnologia non si adatta al contesto culturale, la tecnologia può essere adottata o non essere adottata, o addirittura può essere adattata per nuovi scopi.

In ogni caso, ed è l’aspetto più importante, ci sono molte evidenze scientifiche che indicano come molti di noi stiano utilizzando la tecnologia in modi che ci rendono più intelligenti. Anche se sarebbe più preciso parlare di modi che ridefiniscono ciò che intendiamo per “intelligente”. Ho partecipato a un progetto su larga scala della Fondazione MacArthur, che aveva l’obiettivo di capire meglio come le persone stiano imparando attraverso l’utilizzo di piattaforme digitali multimediali e pratiche. Attraverso una serie di attività informali online – dai fan site a Wikipedia, dalla condivisione video al social networking – le persone stanno cominciando ad apprendere in modi nuovi, che migliorano la loro capacità di produrre e valutare le conoscenze e che ampliano le loro capacità di espressione. Stanno imparando a comunicare attraverso una serie di diverse forme mediali. Imparano a collaborare e a condividere la conoscenza per rispondere collettivamente a domande molto più complesse di quanto si potrebbe fare da soli. I singoli individui stanno imparando a condividere pezzi di media l’uno con l’altro, costruendo nuovi significati, lavorando insieme per filtrare il disordine e per concentrare l’attenzione sulle cose che invece hanno per loro valore.

Naturalmente non è una regola generale. È facile vedere anche esempi di idiozia collettiva.

Siamo in un momento di transizione, la nostra cultura sta imparando a usare nuovi strumenti e nuove piattaforme, a sviluppare nuove competenze e nuove pratiche. Serve un dibattito rigoroso su quali davvero possano essere le pratiche migliori.

Quali sono secondo te le tre tendenze più significative da seguire dopo questa estate?

Ho sempre difficoltà a rispondere a queste domande perché io non sono un trend-spotter di per sé. Di solito osservo gli sviluppi a lungo termine che impattano sul modo in cui funziona la nostra cultura. Da quando ho scritto Cultura convergente, abbiamo visto arrivare la nascita del web 2.0, nuovi modelli di business, Twitter, Facebook e i social network. E ancora: YouTube, l’iPhone e l’iPod, Second Life e una gamma di altre piattaforme specifiche e pratiche. Tutte queste innovazioni, però, sono parte della la stessa logica: accrescere la capacità della gente comune di partecipare in modo significativo a un processo importante, quello di modellare la produzione e la diffusione della nostra cultura. Questo è il tratto più importante che caratterizza l’evoluzione dei media nel XXI secolo.